OTTANA: MARIO COSSU, ARTIGIANO DELLA MASCHERA, RACCONTA LA COMUNITÀ E LE TRADIZIONI DI UNA STORIA PLURISECOLARE

Nell'itinerario del paese l’arrembaggio dei "merdules"
Agli americani, per poche lire, i "pezzi" più antichi
 
Da ragazzino sfilava mascherato per la gioia e i clic di svizzeri, francesi e tedeschi, ma anche americani, che contraccambiavano l'esibizione con un bicchiere di spuma o un'aranciata fresca. Anche quando il carnevale era passato. Perché, per gli ospiti più del sentimento valeva l'immagine da cartolina, da portare al di là delle Alpi, o oltre Oceano, ricorda Mario Cossu, 65 anni, vecchia maschera dei merdules di Ottana. Una vita nella chimica della media valle del Tirso, dopo dodici anni targati Fiat a Torino, e oggi famiglia e pensione a Sarule, con l'impegno prioritario di tramandare la tradizione locale.Perché nel paese natio, nonostante le mode e una fabbrica che ha cambiato anche i connotati della gente, abbigliarsi con pelli e gambali, coprirsi di campanacci, è una spinta interiore, che contagia grandi e piccoli. Da Sant'Antonio Abate, con s'ogulone (il grande falò comunitario), alla pentolaccia, una scia di domeniche di festa, dove Ottana sembra voler proporre sempre di più il suo volto migliore.
Legato alla storia plurisecolare di un rito nato con intenti propiziatori, oggi segnato dalla volontà di promuoverne la valenza culturale, con risvolti anche economici: «La caratterizzazione remota penso sia sfumata da tempo e si conserva il gusto della festa, oltre che di una tradizione alla quale ci si sente sempre uniti», spiega Cossu, che fa parte dei "Merdules bezzos de Otzana", in attività insieme al gruppo "Boes e merdules". «Anche se non posso non ricordare, negli anni dell'infanzia, che gli anziani ci dicevano di uscire mascherati, sperando che il rumore dei campanacci smuovesse il clima, come bloccato, di una dura siccità».
La sua casa di Sarule è una piccola galleria di maschere, che egli stesso scolpisce nel perastro, che segnano le varie fasi della figura del carnevale ottanese. Dai giorni di suo nonno, mannoi Carta, di soprannome Pintacorros, per la passione di aggiungere alle maschere delle decorazioni e quella mela (là dove oggi campeggia il rosone) «che era considerata», aggiunge Mario, «simbolo di buona sorte».
Una mostra vera e propria l'ha allestita ancora nell'ultimo carnevale a Ottana, per la curiosità di numerosi stranieri (inglesi, americani), giunti nell'isola, per godere della vista del rito popolare forse più antico. I merdules ne riproducono una fetta importante. Fatta delle carazzas di varia foggia, quella di su boe (la maschera bovina), tenuto alla fune da su merdule, la figura dalle sembianze umane. Provata dalla sofferenza, ma chiamata a togliere fuori tutte le energie per controllare gli estri dell'animale, perché nella credenza antica è la metafora della divinità che va indirizzata a determinare il bene dell'uomo. Pelli di pecora conciate, campanacci (sonazzos e brunzos), e corna che allungano, sempre di più, la maschera, invece per il primo, che caracolla in completo mutismo.
Mentre è loquace su merdule, anch'egli coperto di mastruca villosa. Parla mentre pungola con il bastone la "bestia", recitando con un linguaggio confuso, contraffatto, usando l'arte della moina persuasiva. Come ultimo atto della sceneggiata, continua Mario Cossu, «la cattura di qualche spettatore, che è costretto a invitare da bere per un giorno e mezzo. Per il giorno e mezzo successivo è, al contrario, la 'maschera' che deve pagare il conto».
In ossequio a un momento goliardico nella tradizione, dove si poteva interrompere una quotidianità spesse volte segnata dall'indigenza, in una comunità andata declinando nei secoli, dopo il tempo di grazia (medioevale) coinciso con la presenza della diocesi. A metà del '900, strade sterrate, case umide, un argine (costruito nei primi anni '30), ancora da coprire, con vita spesa nei campi a coltivare grano e orzo, mentre pecore e armenti erano di competenza di allevatori di Fonni, Gavoi, dei confinanti di Sarule, che avevano acquistato a piene mani, anche in quelle terre che saranno qualche lustro più tardi sede della fabbrica Eni. «Paese povero», ricorda ancora il nostro interlocutore, «dove le poche feste, quelle per San Nicola, Sant'Antioco, il Ferragosto, erano tutto ciò che si poteva sperare per rompere la monotonia quotidiana».
Il carnevale risaltava, per partecipazione. Con il prologo di San’Antonio Abate, che ancora oggi apre la parentesi mascherata. Per il Santo del fuoco, l'impegno di sos massaios, che mettevano in fila gioghi e carri, per portare dietro l'antica cattedrale tronchi d'albero, i più voluminosi dei quali avevano l'ammirazione del popolo: "Arrazza 'e truncu ca' battiu!".
I ragazzi contribuivano con fascine di legna finissima, portate in spalla da Ghirtoe, Sa pala 'e sa canna, Iscurigosu, per accendere il falò, che dopo la benedizione del parroco, vedeva le prime sfilate dei merdules. Rigorosamente uomini. Anche se l'occasione era propizia per qualche uscita "fuori stagione" delle vedove, abbigliate da merdule, a volte fresche di lutto, che non resistevano . al richiamo della festa, o più comunemente al desiderio di rendere la visita a una comare. Con l'imperativo però di non farsi riconoscere, perché altrimenti sarebbe stato niente di meno che uno scandalo: «Azzes vidu, seria, seria, sa viuda...». Se tutto andava per il meglio, allora la "balentia" era compiuta, e la spregiudicatezza valeva quella di un latitante che se ne andava in giro, in barba a ogni controllo.Nelle case, per tutti gazzas, savadas, pasta violà e vino. E se non c'era altro, bastava anche un pezzo di salsiccia o formaggio. Purché si rinnovasse il rito. Senza lasciare nessuno indifferente. Con il benestante che si univa al plebeo, vivendo in profondità l'appartenenza al villaggio, e anche per questo degno di lode sociale.
Certo vi erano gli interpreti più caratteristici. Mario Cossu ricorda thiu Zuseppe Denti, Baffone, pastore di mestiere, artigiano del legno per diletto, al quale poi dedicherà una maschera specifica (da merdule), con baffi orizzontali allungati a toccare le guance. E poi mannoi Carta, interprete dell'arte dell'intaglio in un'epoca in cui la bisera era stretta, con corna corte, «così come quella dei buoi in uso nei campi, nel tempo antecedente l'ultima guerra», aggiunge, «Quando poi nella media valle del Tirso arriveranno i gioghi del Montiferru e quelli maremmani, dalle corna più lunghe, anche la maschera ottanese subirà il cambiamento». Delle vecchie, e piccole, maschere dei boes, non c'è più che il ricordo, passate, per poche lire, nelle collezioni dei turisti che riprendevano con la macchina da presa i giovanissimi di Ottana. Che, da parte loro, s'abbigliavano alla bell'e meglio. Le pelli scarseggiavano, perché di stretta competenza dei pastori, per scacciare il freddo invernale e, in estate, per difendersi dai raggi del sole.
Diventavano una "mastruca" allora i sacchi utilizzati per il grano, o i vecchi abiti di velluto, con pantaloni di orbace (de murghere) e in spalla la bisaccia (sa bertula), «scambiati, a ogni nuova occasione, tra i ragazzi, per rendere irriconoscibile la persona».
La fabbrica negli anni '70 ha portato benessere e modificato molte situazioni. Per i merdules, dice ancora Mario Cossu, anche la possibilità di rinnovare il povero "guardaroba", arricchendo di mastruche e sonagli una maschera che ha fatto il giro del mondo, tra circoli di emigrati e inviti consolari.

 

Francesco Pirisi

L'Ortobene 4 Giugno 2006

 

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